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La prima domanda che ogni medico si pone in tema di medicina anti-aging è: “Come posso misurare il grado di invecchiamento e la risposta terapeutica del paziente ai trattamenti a cui viene sottoposto?” L’indice che può essere impiegato è dato dai cosiddetti “biomarkers dell’aging”.

Un biomarker è una sostanza chimica o un valore fisiologico che si viene a modificare nel corso del processo di invecchiamento dell’organismo. Questi si possono distinguere in biomarkers oggettivi, soggettivi, modificabili e immodificabili.

I biomarkers obiettivi di base sono quelli che possono essere misurati attraverso metodiche di laboratorio e possono essere genericamente così riassunti:

* screening ormonale

* indici di glicazione e di metilazione

* indici infiammatori

* valutazione e inquadramento dello stress ossidativo

* valutazione e inquadramento del profilo immunitario

* quadro relativo al metabolismo dell’osso e della fisiologia muscolo-scheletrica

* quadro cardiovascolare, compresa l’omocistinemia

* quadro neurodegenerativo, compresi i neurotrasmettitori

* FAT e FFM con valutazione del BMI

* indice di capacità aerobica

* quadro relativo alla funzionalità gastroenterica (disbiosi test)

* screening relativo ai metalli pesanti

* screening dermoestetico

Si tratta pertanto di dati oggettivi, obiettivabili grazie a misurazioni di laboratorio standardizzate e accettate a livello medico-scientifico internazionale come tecnologicamente corrette.

Questi dati possono essere visti come misurazioni dirette dell’espressività genetica individuale. 

I biomarkers soggettivi sono rilevabili grazie a specifici e mirati questionari e test neuropsicologici, riguardando sintomi correlati con l’età, modificazioni percepite a livello corporeo e indici dell’invecchiamento cerebrale.

Eccone una sintetica panoramica:

* questionari in grado di rilevare sintomi chiave legati a malattie a loro volta correlate con l’invecchiamento

* anamnesi famigliare, utilizzata per una sorta di screening delle tendenze genetiche di base

* questionari in grado di evidenziare lo stile di vita dell’individuo e le sue correlazioni con i processi di invecchiamento

* questionari relativi alle condizioni ambientali e sociali che possono a loro volta influire sull’invecchiamento

* questionari/test psicologici per una valutazione indiretta anche dell’età psicologica dell’individuo

* questionari/test neurologici

I biomarkers soggettivi riflettono, generalmente, in modo indiretto l’espressività genetica del soggetto in questione e soprattutto evidenziano i cambiamenti e le modifiche nel tempo della stessa.

Da par suo una documentazione fotografica può considerarsi sotto il profilo medico-estetico indispensabile per una comprensione completa dell’evoluzione temporale del successo di qualsiasi protocollo di age-management.

Per quanto concerne i biomarkers immodificabil, questi possono essere inquadrati come quelli personali caratteristici che non possono essere modificati con la dieta, l’attività fisica, l’uso di farmaci, l’impiego di integratori o quant’altro (esempio l’altezza).

I biomarkers modificabili rispondono invece relativamente con rapidità alle variazioni relative al proprio stile di vita, all’ambiente e alle proprie abitudini nutrizionali.

Alcuni biomarkers subiscono fisiologiche modifiche col trascorrere degli anni, ma esistono specifiche strategie che consentono un rallentamento di questo ineluttabile declino così come un ripristino di valori più prossimi a quelli giovanili (esempio: capacità aerobica, flessibilità muscolo-scheletrica, FFM), modalità d’azione incentrate su mirati programmi dietetici, fisioterapici ed esercizio fisico, sempre fondamentale in un’ottica anti-aging.

 

Perché questi dati sono importanti? Semplicemente in quanto sono rivelatori dell’espressività genetica di ciascun individuo. Quest’ultima è connessa imprescindibilmente al DNA e il mantenimento di una sua ottimale funzionalità è fondamento stesso di ogni programma di age-management. Spesso il DNA va incontro ad alterazioni, a modifiche e riuscire a rendere migliori i processi di riparazione a livello dello stesso è la migliore garanzia di un’effettiva azione anti-aging. In quest’ottica può essere introdotto il concetto di “riserva funzionale d’organo”: la capacità cioè di un organismo di rendere attivo un margine aggiuntivo di abilità funzionale, quando esposto a svariati insulti metabolici, così da permettere all’organismo di ripristinarne le sue caratteristiche funzionali secondo canoni di normalità fisiologica. Questo è infatti ciò che tipicamente accade nei soggetti più giovani, nei quali tale meccanismo risulta al top della sua efficienza. Invecchiando si riduce questa riserva funzionale d’organo. D’altro canto mantenere questa riserva d’organo è un fattore critico nella prevenzione dei disturbi correlati all’invecchiamento ed è essenziale nel contesto e per il successo dei protocolli di medicina antiaging.

Grazie all’individuazione e alla valutazione di questi biomarkers chiave dell’invecchiamento può essere individuato, studiato e reso personalizzato un programma d’azione in senso anti-aging:

  1. diminuire gli insulti metabolici e ambientali al DNA;
  2. aumentare la capacità di riparazione del DNA;
  3. incrementare la funzionalità del proprio sistema immunitario;
  4. bilanciare gli aspetti chiave dell’equazione relativa all’aging: glicazione, metilazione, ossidazione, infiammazione;
  5. ottimizzare e rendere più prossimi ai valori giovanili i livelli relativi agli ormoni e alle sostanze bioumorali coinvolti nell’aging: GH, IGF-1, insulina, glucagone, Dhea, melatonina, ecc.;
  6. rendere funzionale la propria alimentazione e l’impiego di integratori ad azione nutraceutica in relazione ai bioritmi dell’organismo;
  7. garantire una buona funzionalità enterica ed epatica così da ottimizzare la capacità di detossificazione dell’organismo e la sua eubiosi, essenziale per una corretta assimilazione di quanto introdotto all’interno dell’organismo.

Conseguentemente verremo ad ottenere: 

  1. un miglioramento dell’espressione genetica, un’attuazione migliore della sua potenzialità di base;
  2. un incremento della qualità di vita psico-fisica di ciascun individuo;
  3. un miglioramento degli indici relativi ai biomarkers dell’aging, quindi una maggior garanzia di poter efficacemente contrastare aging e malattie;
  4. un aumento della capacità di difesa attiva della propria barriera antiossidante, una riduzione dei danni legati allo stress ossidativo, una miglior chelazione dei metalli pesanti, frutto anche dell’esposizione ambientale;
  5. un miglioramento anche dell’estetica soggettiva, così come di qualsiasi trattamento o pratica chirurgica finalizzata a modificare in meglio il profilo estetico-temporale di ciascun soggetto.

Un anti-aging serio si basa su protocolli altrettanto seri, che esulano dalla sola estetica applicata; ma in questo contesto (medicina e chirurgia estetica dell’invecchiamento) si potrebbe tranquillamente affermare che per ogni paziente chirurgico/medico estetico (es. blefaroplastica/lifting/ecc) possa essere prevista una valutazione dei biomarkers dell’aging, così da provvedere all’esecuzione di quanto utile per mantenere più a lungo nel tempo i risultati chirurgici/medici immediatamente conseguiti.

Nota Bibliografica

  1. Galimberti D. L’Anti-Aging: giovani più a lungo, Xenia edizioni, 2004.
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Dr. Damiano Galimberti

Presidente A.M.I.A. (Ass. Medici Italiani Anti-Aging)

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